24 Luglio 2021

MELORIA MALEDETTA di Roberto S. Panini

Era una livida mattina di novembre, il mio umore non era certo dei migliori, il piantone mi aveva rudemente dato la sveglia alle quattro del mattino.
Il mio primo pensiero andò verso mia madre : quanto era diverso e dolce il suo modo di interrompere il mio sonno!
Il maligno freddo di quell’ inoltrato autunno mi penetrava nelle ossa ed il mio respiro usciva rarefatto confondendosi con l’azzurrognolo fumo della prima sigaretta. I miei movimenti erano pesanti e calzare gli scarponi divenne un’impresa lunga e laboriosa.
Avrei dovuto radermi ma il solo pensiero di avere un contatto con l’acqua mi faceva accapponare la pelle.
《 Allora Robi sei pronto? 》 mi gridó sgarbatamente Giorgio Gazich. Evidentemente anche a lui non andava giù quella levataccia.
Il suono della sua voce mi ridestó dal torpore che stava pervadendomi. Stesi uno sguardo carico d’invidia sui nostri fratelli di naia ancora intenti a dormire. Che strano, non mi ero mai soffermato, prima di allora, ad osservare delle persone dormienti: avevano un’aria così beata, i loro lineamenti, nel riposo, assumevano ancora quei tratti della fanciullezza che avevamo da poco abbandonato. Osvaldo era plasmato in una posizione rannicchiata, quasi fetale, e, nonostante la sporadica peluria che ricopriva il suo labbro superiore, sembrava ancora un bimbo che si era dimenticato di pulire i baffi, ottenuti con il sughero bruciato, prima di andare a letto. Gigi e Arcadio parevano due ferma libri, tanto erano speculari nella loro posizione di riposo. Pecoraro sonnecchiava placido emettendo un sibilo ritmato, mentre Filippi dormiva supino con le mani agrappate a ghermire il suo prezioso zaino sempre pieno di ogni bendiddio. Era il plotone ControCarro del 3 / 70 della compagnia Comando del 5 ° battaglione el Alamein. Mancava ormai un solo mese al congedo e, forse per questo motivo, il dover alzarsi per distribuire la colazione a degli allievi ci sembrava ingiusto e incomprensibile. Giorgio era ormai pronto ed operativo, gli porsi la mia cravatta per farmi fare il nodo mentre mi toglievo le crosticine che si erano formate agli angoli degli occhi. 《Pensi di chiamarmi per farti il nodo anche la mattina che ti sposi ? oppure ne compri una di quelle con l’elastico?》 Disse Giorgio beffardo.
Mi rese la cravatta e rimasi stupito nel notare che mi aveva fatto il nodo: infatti, dopo avermi mostrato almeno una ventina di volte i passaggi per ottenere un nodo, si era ripromesso di non farmene mai più. 《Dai muoviti – disse addolcendo il tono della voce – se c’è Pasculli ci inchiappetta, abbiamo già dieci minuti di ritardo》. Trotterelammo frettolosi verso le cucine, mentre il piantone si preoccupava di rimarcare che lui ci aveva destato all’ora stabilita. Nel corso del breve tragitto dalla compagnia alla mensa pensai di quanto fosse inconcepibile che dei “signori nonni” dovessero ancora svolgere dei servizi.
Il caporal maggiore del Nucleo Controllo Cucina guardò l’orologio picchiettandone nervosamente il quadrante con l’indice della mano destra e, ancor prima che potesse aprir bocca lo fulminai con un rabbioso 《 Muto stecca! 》. Gli altri componenti della corveé avevano la nostra stessa aria stranita ed assonnata. Giorgio prese il posto dell’addetto alla consegna delle tavolette di cioccolato cacciando in malo modo chi era già stato preposto. Al sottoscritto venne affidato un mestolo con il quale dovevo riempire i gavettini di latte. Tutto era ormai pronto per la distribuzione della prima colazione; di là dalle porte di vetro smerigliato si iniziavano a distinguere le sagome degli allievi che dovevano fare il lancio di addestramento in Sardegna con gli Hercules inglesi. Quando vennero aperte le porte iniziò l’ordinata sfilata verso i pentoloni fumanti. Gli allievi paracadutisti vociavano animatamente, conoscevo quel comportamento, era il tipico atteggiamento dovuto alla sovraeccitazione dell’appuntamento con il paracadute, altri restavano silenziosi quasi ad esercitare la propria mente, in una sorta di training autogeno, all’ impatto con il lancio. La fila volgeva al termine e il mio gesto meccanico di vuotare il latte nei gavettini, venne interrotto dal cordiale saluto di un’allievo. Con fare distaccato risposi al suo saluto. La presenza di quell’allievo nel Reggimento mi dava una sorta di fastidio. Anche lui proveniva da Genova, la mia città. È risaputo che tra i commilitoni provenienti dalle stesse località usualmente veniva a crearsi un’amicizia ed un sodalizio particolare e di conseguenza non venivano a mancare piccoli favori, commissioni o incombenze da svolgere in caso di licenze dell’uno o dell’altro. Io e quell’allievo sfuggivamo a quella regola. Il motivo del mio risentimento nei suoi confronti erano motivati da gelosia; infatti Vincenzo, questo era il suo nome, filava con Elvira, una ragazza della quale ero appassionatamente innamorato. Per lungo tempo ognuno di noi ignorava l’esistenza dell’altro ma, il 10 ottobre 1970, giorno della mia partenza per la Scuola Militare di Paracadutismo, Elvira venne alla stazione in compagnia di quel ragazzo. Venni presentato alla stregua di un caro amico che partiva per il servizio militare. Vincenzo a sua volta, mi fú presentato come un ex compagno delle medie.
Alla mia partenza non avevo voluto, nonostante le loro insistenze, nessuno dei miei genitori ne tantomeno desideravo la presenza dei miei fratelli e dei miei amici : solo Elvira conosceva il binario e l’ora di partenza. Da settimane immaginavo quell’incontro con la meticolosità di un’esigente regista ed ogni volta arricchivo la scena del mio commiato con piccoli ma significativi particolari. Ogni sequenza era stata prevista: la gestualità, i tempi e le parole, già, quelle parole che quando ero in compagnia di Elvira non volevano uscire di bocca. Tutto era stato accuratamente preventivato ed in caso di insuccesso il treno avrebbe rappresentato una comoda fuga da una situazione di imbarazzo. Dal momento in cui avevo ricevuto la cartolina precetto avevo elaborato, fotogramma dopo fotogramma la mia partenz: il nostro incontro, la mia dichiarazione, il lungo e tenero bacio ed infine il languido saluto sbracciante dal finestrino del convoglio. Notti insonni e lunghe passeggiate solitarie dedicate alla ricostruzione di ogni istante erano stati vanificati dalla sola presenza di Vincenzo De Marco!
Durante una breve licenza natalizia, mentre mi pavoneggiavo con il basco amaranto e la divisa fuori ordinanza con tanto di brevetto ( ancora abusivamente portato), incontrai in una via del centro Elvira. Si svincolo dal braccio di Vincenzo e mi venne incontro sorridente abbracciandomi. Volle sapere tutto della vita militare ma i miei racconti, spesso arricchiti dalla fantasia, trovarono maggior attenzione ed interesse in Vincenzo. Ci lasciammo in prossimità della mia fermata d’autobus, l’abbraccio ed il bacio sulla guancia da Elvira diedero uno scossone al mio giovane cuore. Vincenzo mi strinse la mano con forza come a voler trasmettere la sua ammirazione e simpatia. Era passato quasi un’anno e mentre abbandonavo il mestolo nel pentolone vuoto, osservavo Vincenzo mentre si imburrava una grossa fetta di pane. Era seduto ad un tavolo della mensa occupato solo da lui. Ebbi uno slancio di tenerezza al pensiero della sua cordialità e convenni che fosse senza senso il mio risentimento nei suoi confronti, in definitiva non mi aveva fatto nessun torto perché io non avevo mai manifestato i miei sentimenti ad Elvira. Mi mossi verso di lui, dopo aver osservato i gesti repentini con i quali Giorgio faceva sparire, nelle sue capaci tasche, decine di tavolette di cioccolato. Colmai un bicchiere di caffè e mi sedetti difronte a De Marco. Aveva un’aria serena e non traspariva nessuna emozione per il lancio. Mi sorrise azzannando un’enorme fetta di pane traboccante di burro e marmellata, gli risposi con un cenno del capo e uno stitico sorriso mentre portavo alla bocca il bicchiere. Sorseggiai il caffè chiedendogli, senza particolar enfasi notizie di Elvira. 《 Non siamo più insieme – mi disse accompagnando la frase con un’impercettibile alzata di spalle – e se proprio vuoi saperlo è tutta colpa tua》. Rise, ma le sue parole destarono in me una morbosa curiosità e, quando gli chiesi che c’entravo nel fatto che non fossero più insieme, lui mi raccontò che quella ragazza era innamorata di me e che le piacevo ma purtroppo non avevo mai esternato nei suoi confronti nessun interesse aldilà di una semplice amicizia. Un rimescolio di sensazioni si centrifugarono in me, ma il mio orgoglio di maschietto mi porto a sviare il discorso. Parlammo del lancio, il suo era l’ultimo di brevetto, quello con il contenitore C. Gli consigliai di mettere cura ed attenzione nel disporre la fune e di srotolarla non appena si fosse aperta la volta del paracadute. Gli ricordai che il lancio con quel contenitore era il più stabile e non avrebbe dato giri d’avvitamento. Il sommesso brusio dei commensali venne interrotto dal becero urlo di un sergente maggiore che invitava quelli del lancio di darsi una smossa. Gli allievi si alzarono frettolosamente raggiungendo l’uscita. De Marco mi guardó e al mio 《 mi raccomando, niente spezzatino d’allievo》 si portò la mano destra verso il pube, sorridendo. Lo osservai alzarsi ed allontanarsi confondendosi con le altre tute chiazzate. Erano quasi indistinguibili nelle loro mimetiche da lancio e le loro teste rasate. Mi raggiunse Giorgio, masticava cioccolato, e prendendomi sottobraccio mi disse 《Dai Robi, ritorniamo in branda, lasciamo pulire la mensa ai vicerospi e agli allievi》. Ci incamminammo verso la palazzina della nostra compagnia.
Ad est i primi opachi bagliori di un sole malato stavano per difondersi mentre i primi CM avevano caricato gli allievi dirigendosi verso la carraia. Non cercai neppure di distinguere Vincenzo perché sopra i camion i ragazzi si erano compattati scambiandosi il calore e diventando un’unica massa mimetizzata. Prima di varcare il portone vidi sparire l’AR che chiudeva il convoglio.
Così li ho visti partire, con i loro sguardi fieri ed orgogliosi. Vincenzo De Marco ed altri 45 suoi commilitoni, in quel l’alba grigia quasi simile ad un crepuscolo, andarono incontro ad una tragedia senza pietà : la Nera Signora attendeva quei soldati bambini ed i loro fibrillanti ormoni al largo di Livorno, là presso le fredde secche della Meloria.
P.S.
Non ho mai più rivisto né sentito Elvira, ma questa è un’altra storia.
Dedicato ai Ragazzi del Gesso 4 e ai miei fratelli di naia:
Caporal maggiore paracadutista Borghi Carlo “Mammolo” da Piacenza
Caporal maggiore paracadutista Filippi Daniele “Sepolcro” da Luino
Caporale paracadutista Micheletti Osvaldo “Spotter” da Paladina BG
Paracadutista Scelto Giorgio Gazich “Bingo” da Busto Arsizio
Paracadutista Anselmi Arcadio “Tepepa” da Gallarate
Paracadutista Pecoraro Rosario “Pecorina” San Pancrazio Salentino.

Roberto S. Panini